Stenotipia?

a cura di Gian Paolo Trivulzio

di Rossella D'Arcangelo

Sono diventata operatrice stenotipista nel lontano 26 aprile 1996 quando ricevetti dall’ente regionale C.N.I.P.A. di Chieti un attestato di qualifica professionale come “Operatore Stenotipista” grazie al corso n. 431 organizzato dalla Regione Abruzzo che appunto mirava alla formazione di tale figura professionale, allora poco conosciuta e mi sento di affermare anche a tutt’oggi. Non avevo idea di cosa fosse la stenotipia, essendo uscita da una scuola per ragionieri avevo approcciato la dattilografia e la stenografia, entrambe materie da me molto amate e in cui riuscivo molto bene, ma di stenotipia ero completamente all’oscuro.

Il primo giorno del corso, che prevedeva un tetto massimo di quindici partecipanti, ci hanno presentato la macchinetta che avremmo utilizzato e su cui avremmo imparato a scrivere. Si trattava di un piccolo oggetto non identificato, ovale, con dei tasti piccoli e neri vicinissimi tra di loro. Il tutto sorretto da un’asta regolabile (cavalletto) a tre piedi. “La dovete tenere tra le gambe sopra le ginocchia” ci disse il professore, al che subito pensai “Non indosserò mai la gonna quando userò questa cosa”.

 

Fatte le presentazioni con la Stenograph ci dissero che avremmo usato questo metodo, detto Melani, rifacentesi al metodo americano (vedi su: http://ivdi.it/stenotipia/didattica.htm). Infatti a tutt’oggi quando molti ci chiedono cosa sia la nostra professione in molte rispondiamo “Quelle che scrivono con quella macchinetta strana che potete vedere nei film di Perry Mason, ha presente?”, e quando diciamo così sembra che capiscano tutti.

Ma chi era Melani? Capimmo col tempo che era un genio, ossia una persona che aveva adattato la macchinetta americana rendendola capace di scrivere in italiano per noi italiane. Le prime lezioni del corso si sono concentrate per capire la tastiera, e non sono state poche. In quella piccola scatolina formata da tanti “dentini neri” c’è tutto: abbiamo i numeri, tutte le lettere dell’alfabeto sia nella mano destra sia nella mano sinistra, abbiamo tutta la punteggiatura della lingua italiana compreso lo spazio. E il tutto con nove consonanti e quattro vocali che si ripetono ugualmente in due lati (mano destra – mano sinistra). Le lettere mancanti si ricavano combinando tra di loro quelle già esistenti. La conoscenza della tastiera richiede tempo, bisogna memorizzare bene dove sono tutte le lettere e come combinare quelle che non ci sono, per esempio la F, la B, la L, la M, la V, si ricavano schiacciando insieme più tasti (dai due ai tre) e sono posizionati diversamente se trattasi della mano destra o della mano sinistra. Le vocali sono sia centrali che laterali, quelle centrali si premono solo con i pollici e vanno inserite solo all’interno della parola, quelle laterali vanno premute solo con il mignolo destro e vanno inserite sempre alla fine del vocabolo perché danno direttamente lo spazio tra una parola e l’altra. La punteggiatura si ottiene combinando il tasto centrale, che è un mero asterisco, con gli altri tasti esistenti (lettere). L’asterisco centrale non lo comprendevamo all’inizio, il nostro pensiero era “Già ci sono poche lettere perché dobbiamo sprecare un tasto per un asterisco?”, invece fortuna che c’è, perché alla fine quel tasto centrale comanda il gioco, è il punto di partenza, è il riferimento della posizione delle mani e serve a tanto altro, come ad esempio a scrivere i numeri utilizzando la barra in alto.

Bene. Ora che abbiamo imparato tutti i tasti, scriviamo? Certo, ma in sillabe, in quanto avendo tutte le lettere dell’alfabeto in mano ad ogni mano, ce lo possiamo permettere. Per cui la parola “mamma” la scriviamo con due battute mam-ma, quindi la prima sillaba “mam” con sette tasti (quattro a destra e tre a sinistra) e la seconda sigla con quattro tasti (tre a destra e una a sinistra), ma attenzione, la “a” finale è quella laterale in alto a destra!

Quindi ora scriviamo tutto in sillabe? No, macché, bisogna imparare le sigle e memorizzarle. Cosa sono le sigle? Sono tutte quelle parole che ricorrono frequentemente nella lingua italiana, e dato che ricorrono spesso si abbreviano per risparmiare tempo quando si scrive (mi riferisco al tempo in termini di battute al minuto). Ma quante sono queste parole che dobbiamo abbreviare e di cui la sigla dobbiamo imparare a memoria? Tantissime, migliaia. Alcuni esempi: tutti gli articoli determinativi e indeterminativi, tutti gli avverbi esistenti, i verbi più utilizzati, i nomi dei mesi, i giorni della settimana, i nomi di professioni, le sigle usate nel sociale, i nomi di città esistenti al mondo, le parole tipo “tutto, quanto, quale, comune, dietro, avanti, adesso, dopo, persona, certo, tanto, poco, questo, quello...” ecc. ecc., insomma ne sono una marea. Per esempio, la parola “comune” volendola scrivere per intero richiederebbe tre battute co-mu-ne, ma noi abbiamo la sigla e la scriviamo con una battuta sola e quindi premendo contemporaneamente i tre tasti “c-n-e”. C’è da dire che i tasti sono molto leggeri e le dita devono fare poca pressione su di essi, per cui la digitazione è veloce e quasi istantanea. Inoltre la posizione che permette di tenere le braccia allungate, dato che la tastiera è all’altezza delle ginocchia, fa sì che la stanchezza si arrivi ad avvertirla molto tardi e si ha quindi la possibilità di scrivere ininterrottamente per molto tempo.

Ovviamente tutte le parole siglate si presteranno per formare altre parole non siglate e questo consente di risparmiare molte altre battute. Faccio un esempio, la parola “volto” è una sigla standard e si scrive con una sola battuta contemporaneamente pigiando “v-t-o”, per cui in caso dovessi digitare la parola “coinvolto” scriverò prima le due sillabe “co-in” con due battute e poi la combinazione “v-t-o” con una battuta. Non è ancora finita.

Dopo le sigle, da imparare tutte categoricamente a memoria, ci sono le abbreviazioni e sono quei tasti che vanno schiacciati per inserire suffissi e desinenze. Per esempio, per ritornare alla parola “comune” (sigla c-n-e), volendo scrivere “comunemente” aggiungiamo la desinenza “-mente” che si ottiene digitando contemporaneamente “i-e” laterali, quindi scriverò la parola “comunemente” con una sola battuta schiacciando i tasti “cn-ie”. Questo è solo un esempio ma ne potrei fare migliaia, tanto quanto è complicata la lingua italiana. Vi risparmio.

Ora, abbiamo conosciuto la tastiera, sappiamo come ricavarci tutte le lettere, sappiamo scrivere in sillabe, abbiamo imparato a memoria le sigle, abbiamo imparato a memoria le abbreviazioni. Basta? No. Si può ancora fare qualcosa, ossia utilizzare un proprio VAPP. Di che si tratta?

Il VAPP consente di creare all’operatore stenotipista delle proprie sigle personalizzate. Per cui laddove egli operi in un settore particolare, dove si utilizzano termini tecnici e specifici su un determinato argomento, può trasformare questi in sigle, quindi memorizzarle e scriverle con pochissime battute. Faccio un esempio, utilizzando “flni” posso scrivere con una sola battuta la frase “fiscalizzazione degli oneri sociali”, digitando insieme nello stesso momento le lettere f-l-n-i (posizionate su otto tasti). Quindi trovandosi a dover scrivere in un contesto scientifico, giudiziario, letterario, ecc. il VAPP ci consente di trasformare tutte le sigle in ciò che

vogliamo, per cui “flni”, o qualsiasi altra combinazione di lettere – che non dia già qualcos’altro di esistente ovviamente e in memoria alla macchinetta – può trasformarsi in “Giacomo Leopardi” o in “Ammortizzatori degli oneri sociali” o in “Il Giudice si ritira in camera di consiglio” o in “l’esecuzione dell’ecografia”. Ovviamente è un mero esempio e un operatore stenotipista combinerà sempre le lettere al meglio di una buona memorizzazione sua personale.

Quando durante il corso ci dissero di provare a scrivere per la prima volta, furono momenti drammatici, l’impatto è forte e il pensiero è subito quello di dire “No, non sarò mai in grado di scrivere con questo marchingegno, è impossibile”. Devi coordinare mani, dita, mente e tutto contemporaneamente per ottenere la parola con un unico gesto, anche se ci sono più sillabe da digitare i movimenti sono talmente veloci che per scrivere una parola o intere frasi occorre davvero poco tempo (parliamo di secondi).

All’inizio del corso chiamarono una collega di uno svoltosi precedentemente per una dimostrazione, questa ragazza fece la sua performance impeccabile e noi stupiti ci chiedevamo com’era possibile che avesse scritto così velocemente tanto da considerarla un vero prodigio, ma sorridendo la neo stenotipista tranquillamente ci disse “No, ci vuole solo esercizio, ce la farete anche voi”. Lo scopo di chi approccia questo metodo è quello di ottenere il cosiddetto automatismo, ossia il momento in cui le mani scrivono così velocemente che arrivano a digitare prima che il cervello abbia pensato la parola, il momento in cui le dita volano sulla tastiera e mentre ti stai chiedendo se quella parola che è stata pronunciata dall’oratore l’hai scritta in realtà l’hai già fatto e nel frattempo ne stai scrivendo altre, è il momento in cui 127

mentre scrivi ti guardi intorno e pensi a che tempo fa, allo sguardo che ha quella persona di fronte a te, alle altre mille cose da fare quando non dovrai scrivere più.

Un giorno venne un signore a farci visita, eravamo quasi a metà corso e tutti riuscivamo a scrivere con la Stenograph meccanica, anche se lentamente. Quest’uomo era alto e snello, vestito con un completo azzurrino, camicia chiara e senza cravatta, brizzolato, occhi allegri e vispi, molto frenetico e tanto, tanto toscano. Appena entrò in aula recava con sé tanta allegria ed era impossibile staccargli gli occhi di dosso, questo tizio fu più occupato a farci conoscere nuove macchinette super tecnologiche per stenotipia che a dirci di essere quel Melani di cui abbiamo parlato all’inizio.

Naturalmente eravamo tutti molto emozionati. Il signor Melani montò tutti questi oggetti non identificati al centro dell’aula, ognuna sul proprio cavalletto, allacciò le stenograph avveniristiche una all’altra tramite dei cavi che tutte insieme furono collegate ad un unico computer centrale da dove il nostro professore, grazie ad un programma specifico per Pc, poteva controllare ciò che ognuno di noi stava digitando in quel momento. Inoltre queste macchinette erano dotate di un display da dove

potevamo leggere ciò che scrivevamo, così da poter controllare se commettevamo errori e in caso affermativo nell’accorgerci di ciò avevamo la possibilità di cancellare la parola sbagliata e riscriverla da capo (era il 1995). Devo premettere che noi utilizzavamo per il corso una macchinetta meccanica, ossia dotata della cosiddetta striscetta da rileggere e poi da riscrivere al Pc con metodo dattilografia. Mentre le macchinette elettroniche che si collegano al Pc, grazie ad un software di scrittura, permettono di far leggere sul monitor direttamente ciò che viene digitato sulla tastiera cieca in perfetto italiano. Quando questi corsi di stenotipia si effettuavano intorno agli anni novanta le scuole non erano provviste di molte macchinette elettroniche, per cui si operava con la meccanica e la digitazione, giusta o sbagliata della parola, la si verificava unicamente dalla lettura della striscetta di carta, contenuta in un cassonetto dietro la macchinetta, che era simile a uno scontrino. Rileggere la striscetta comportava molta elasticità mentale perché chi scriveva doveva capire che ciò che digitava rappresentava quella determinata lettera o parola dalle singole lettere scritte che ovviamente non venivano riportate parallelamente tutte in fila sulla carta ma a livelli diversi. Decodificare le parole dalla rilettura della propria striscetta prodotta era quasi più difficile che scrivere con la Stenograph. Successivamente con la macchinetta elettronica questo ulteriore lavoro è stato eliminato e la precisione della

digitazione si verifica direttamente sul monitor mentre si scrive. Lo scopo della stenotipia è consentire di scrivere in tempo reale il mero parlato. E’ possibile. Io ci sono riuscita e con molta fatica, da quella prima frase “Era aria ariosa a Rio” che ad inizio corso ci hanno fatto ripetere sulla macchinetta all’infinito finché non abbiamo imparato a digitarla fluentemente tanto da ottenere quell’automatismo di cui tanto si parla e con cui tutti abbiamo a che fare ogni giorno, ossia quando respiriamo, 129 quando beviamo, quando siamo alla guida o quando eseguiamo quegli innumerevoli gesti quotidiani di sempre e che spesso dimentichiamo di aver fatto.

La stenotipia alla fine diventa questo per chi la pratica: un gesto quotidiano di cui non puoi più fare a meno perché diventa parte di te e del tuo carattere.

 

ESEMPIO PRATICO SU COME SCRIVERE UNA FRASE UTILIZZANDO IL METODO MELANI TRAMITE STENOGRAPH COMPUTERIZZATA:

Quello che vediamo scritto sullo schermo del nostro Pc con l’uso della Stenograph metodo Melani:

 

Dopo il tempo, la tecnologia è la quinta dimensione.

 

Quello che digitiamo realmente con la Stenograph metodo Melani (dove i termini “destra” e “sinistra” indicano la mano destra e la mano sinistra):

 

t-h (d destra = dopo/Una battuta) / hr (l sinistra =il/Una battuta) – tpo (t sinistra e p-o destra = tempo/Una battuta) – , (vr sinistra più asterisco =virgola/Una battuta) – hr-a (l sinistra e a destra =la/Una battuta) – tec/h-o/hr-o/pc-i-a (t destra, e media, c sinistra, h destra che sta per la n, o media, l sinistra, o media, g sinistra, i media e a laterale = tecnologia/Quattro battute) – e* (e media più asterisco che dà l’accento = è/Una battuta) – hr-a (l sinistra e a destra =la/Una battuta) –ptvchr-i-h-t-a (ptvchr sinistra che sta per q, i media, n destra, t destra e a laterale=quinta/Una battuta) – thi/chr-e-h/s-ie (th sinistra che sta per la d, i media, chr sinistra che sta per la m, e media, n destra, s destra e i-e destra che sta per desinenza –mente = dimensione/Tre battute).

 

Questa frase composta da 52 battute (compreso gli spazi) è stata scritta utilizzando il metodo Melani mediante Stenograph in 15 battute (compreso gli spazi) ed è stata scritta alla velocità del parlato.

 

L'articolo completo è su http://www.accademia-aliprandi.it/

 

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